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Postato il 17 Febbraio, 2021

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110'

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Se la trama de Il trono di sangue di Akira Kurosawa suona familiare è perché il film è una delle molte trasposizioni cinematografiche del Macbeth di William Shakespeare.

Il samurai Washizu (Toshiro Mifune) riceve da uno spirito un’invitante profezia: presto egli sarà il signore e padrone del feudo per cui combatte. Sua moglie Asaji (Isuzu Yamada) lo persuade a far avverare la predizione uccidendo il signore di cui è al servizio. Washizu mette in atto il piano e si impadronisce del trono. Ma si tratta solo del primo di una serie di omicidi che dovrà commettere per conservare il potere. Inoltre, una nuova profezia è in arrivo e, ancora una volta, è destinata a realizzarsi.

Tradurre l’Occidente in Oriente

Come dimostra l’ambientazione, Il trono di sangue si prende molte libertà con il Macbeth. Tuttavia, la migrazione letteraria della storia dalla Scozia medievale al Giappone del XVI secolo non è così fuori luogo come potrebbe sembrare a prima vista. All’epoca dell’uscita del film, questo servì ad avvicinare il pubblico giapponese a Shakespeare e il pubblico occidentale al cinema giapponese. E portò infine a una fertile unione di stili ed influenze tra Oriente e Occidente.

Kurosawa ha sempre tentato di promuovere una cultura cinematografica globale. Il trono di sangue non fu infatti la prima volta che il regista ebbe a che fare con l’Occidente. Sei anni prima aveva adattato L’idiota (1951) di Fëdor Dostoevskij. Il suo celebre film I sette samurai (1954) si ispirava ai western di John Ford. E avrebbe adattato nuovamente Shakespeare, in questo caso Re Lear, quasi trent’anni dopo con Ran (1985).

Il trasferimento in Oriente non si limita a trasformare Macbeth in un samurai ma influenza lo stile complessivo del film. Il teatro tradizionale Noh () fu di profonda ispirazione per la messa in scena. Kurosawa fece progettare gli interni nello stile minimalista del palcoscenico Noh e fece truccare pesantemente i volti degli attori per farli assomigliare alle caratteristiche maschere del Noh. Nella chiusa artificialità del Noh, Kurosawa trovò soprattutto un’analogia visiva calzante con il tema principale della tragedia e del film: l’impotenza umana di fronte al fato.

Tradurre il Folio in una sceneggiatura

Kurosawa e i suoi co-sceneggiatori si trovarono ad affrontare l’impresa di tradurre il Folio shakespeariano in una sceneggiatura. Consapevoli che ciò che funziona sul palcoscenico non sempre è adatto al grande schermo, dovettero prendere decisioni drastiche. Perciò spogliarono la trama fino all’essenziale e tagliarono tutti i versi del Bardo. Gli attori avrebbero recitato in una maniera non-verbale, e quindi cinematografica.

I personaggi, rispetto a quelli del Macbeth, escono senza dubbio depotenziati da questo tradimento. Lo svolgimento narrativo si fa però più incalzante, pur rimanendo filosoficamente coerente. Nell’eterno conflitto tra Fato e Libero Arbitrio, Kurosawa inserisce elementi del Buddhismo Zen – di cui il teatro Noh è una sorta di sacra rappresentazione – rinvigorendo la tragedia con i concetti di Samsara e Karma.

Come dimostra la struttura simmetrica della trama, l’universo è un cerchio. Ogni azione compiuta dagli esseri umani li intrappola nel ciclo dell’esistenza. Tutto è predeterminato perché tutto è destinato a ripetersi. Il pubblico è altrettanto impotente, perché non può far altro che assistere a distanza allo svolgersi del fato e imparare che ogni faccenda umana è vana e, di fatto, tragica.

Tradurre la parola in immagine 

La maggior parte degli esterni fu girata sui pendii del Monte Fuji. Attraverso le nebbie vulcaniche – e la fotografia in bianco e nero altamente contrastata – le immagini evocano lo stile della pittura tradizionale Sumi-e, suggerendo “un senso di mistero e distaccata universalità” (come ha sottolineato lo studioso di cinema Brian Parker nel suo saggio sul film). L’ambientazione si trasforma in un paesaggio onirico che, in maniera ambigua, fa oscillare la storia tra sonno e veglia, apparenza e realtà.

Chi guarda non è tuttavia testimone di un sogno individuale, ma di una visione collettiva ed emblematica: il mito, linfa vitale per ogni tragedia. Nel mito, le affinità tra Il trono di sangue e Macbeth si incontrano nonostante tutte le loro divergenze. E tutto ciò non con le parole, bensì attraverso le immagini.

Il trono di sangue non è solo un adattamento, è una filiazione. Ottiene indipendenza artistica grazie a tutti i suoi tradimenti. Eppure resta fedele al cuore del Macbeth e segue il terreno segnato in territori inesplorati. Così facendo, il film di Kurosawa si pone come un grande esempio di cosa significhi tradurre in cinema.

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