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Postato il 23 Aprile, 2021

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96'

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A History of Violence segna il ritorno dell’autore Body Horror David Cronenberg al cinema americano. Tratto dall’omonima graphic novel di John Wagner e Vince Locke, il soggetto di partenza è, per gli standard del regista, piuttosto tradizionale. Il motivo per cui si inserisce perfettamente nella sua poetica è che – come sostiene lo scrittore J. G. Ballard nella sua recensione del film – “Cronenberg è rimasto fedele al suo progetto centrale. I suoi film costituiscono un’autopsia prolungata sulla natura dell’esistenza”. Per A History of Violence, Cronenberg ha semplicemente scelto di operare sotto il segno della sottigliezza.

Tom Stall, marito e padre amorevole, conduce una vita tranquilla nella provincia americana. Dopo aver ucciso due criminali per sventare una rapina a mano armata nella sua tavola calda, l’uomo diventa un eroe nazionale agli occhi dei media. L’indesiderata popolarità attira in città un gruppo di gangster, convinti che l’eroe sia in realtà un loro vecchio collega sotto mentite spoglie. Tom si troverà presto in una spirale di violenza che minaccia di trascinare con sé la sua famiglia.

L’ombra di un cittadino modello

Non è una coincidenza che Cronenberg abbia affidato la parte dell’eroe-suo-malgrado a Viggo Mortensen. L’attore aveva appena raggiunto la celebrità interpretando il cavaliere senza macchia Aragorn ne Il Signore degli Anelli e non aveva intenzione di restare intrappolato nel ruolo. L’ambiguità che accompagna le apparenze è qui portata alle sue estreme conseguenze. A History of Violence mira alla parte più oscura della personalità umana, quella che Carl Jung ha chiamato l’Ombra. E mostra come possa essere ancora più oscura in un cittadino modello che l’ha ignorata per raggiungere la normalità.

In questa costruzione-distruzione dell’identità, ossessione di Cronenberg, le relazioni giocano un ruolo fondamentale. Il regista ha definito il film “la mia versione di Scene da un matrimonio”. Ai suoi occhi, anche la miniserie di Ingmar Bergman del 1973 concepisce il matrimonio come una “performance artistica” in cui i coniugi adattano il loro vero io l’uno all’altro. Non c’è da stupirsi quindi che quando il passato dell’eroe comincia a gettare ombre su ciò che lo circonda, la moglie inizi a mettere in dubbio l’identità del marito. E com’è consuetudine nei film di Cronenberg, questo processo di messa in discussione e adattamento passa attraverso la sessualità.

Allo stesso modo, il figlio adolescente dell’eroe comincia a mettere in discussione il ruolo del padre come guida della famiglia. Non riuscendo a mantenere i suoi vincoli di controllo, se non ricorrendo alla violenza, Tom Stall dimostra di essere una perfetta incaranzione del patriarcato. E il suo fallimento sembra essere destinato a trasmettersi di generazione in generazione.

La storia è violenza

Non c’è un secondo atto nelle vite americane.

Francis Scott FitzgeraldGli ultimi fuochi

La narrazione del film massimizza essenzialmente l’universalità insieme alla tensione. Così, la storia di violenza del titolo non è solo la trama, ma la storia dell’America. Mandando in frantumi una parte vitale del sogno americano – il mito della seconda possibilità – il film ci ricorda che gli Stati Uniti hanno gettato le loro fondamenta sulla violenza. E suggerisce che, solo perché la praticano di meno entro i propri confini, non significa che abbiano dimenticato come funzioni. Ma si può rivolgere la stessa critica alla civiltà occidentale nel suo complesso, come dimostrano i numerosi archetipi biblici presenti nel film.

Il passato che getta ombre è infatti quello di tutti, perché non è temporale ma psicologico. E le mani di tutti non saranno mai pulite dal trauma, perché il trauma potrebbe essere – per citare ancora la recensione di Ballard – “l’esperienza di essere vivi”.

Fare luce sull’ombra

A prima vista, A History of Violence sembra imbevuto di cliché, a partire dal topos dello scambio di identità canonizzato da Alfred Hitchcock. In realtà, Cronenberg rovescia questi cliché in maniera sarcastica per tornare sui loro generi di provenienza. Il nuovo amalgama di gangster, western, noir e dramma familiare che ne deriva, sfrutta l’effetto di déjà-vu suscitato in chi guarda per squarciare la facciata mitizzante del cinema americano. E poiché è il fondamento di queste “auto-eroicizzazioni e auto-giustificazioni che vendiamo al mondo” (come le definisce la critica Manohla Dargis), la violenza è l’obiettivo primario.

La messinscena della violenza è implacabile, ma distaccata. Asseconda l’appetito morboso di chi guarda per la brutalità, ma poi indugia sulle sue repellenti conseguenze. Perciò, rifiutando la catarsi, costringe chi guarda ad ammettere la perversione di tutto ciò. Questa operazione di straniamento è simile (anche se molto meno esplicita nella sua auto-consapevolezza) ai due Funny Games di Michael Haneke.

Il fine ultimo di Cronenberg, tuttavia, non è etico (al contrario di Haneke) ma maieutico. Il passato del protagonista getta ombre anche su chi guarda. Ma facendo luce sulla loro esistenza, porta questi impulsi latenti di fronte ai nostri occhi, dove a volte è necessario che stiano.

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