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Postato il 21 Luglio, 2021

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146'

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Un incidente stradale sulla Mulholland Drive salva in maniera fortuita una giovane donna da un tentato omicidio, lasciandola però senza memoria. Vagando per le colline di Hollywood, la donna (ribattezzatasi Rita) incontra Betty, un’aspirante attrice che si offre di aiutarla a recuperare la sua identità. Tra vari siparietti bizzarri, tra cui un regista colpito da una sorta di maledizione, qualche verità verrà a galla. Ma il loro viaggio nella città dei sogni si trasformerà in un incubo a occhi aperti.

Un sogno dentro a un sogno

Non si spiega Mulholland Drive con facilità. Lynch dirotta un giallo lineare con il suo approccio surrealista, poi lo ritorce a forma di nastro di Mobius con delle rime narrative. Curiosamente, però, a creare più confusione è proprio ciò che sembra avere senso. Sono infatti quelle rime narrative a frustrare chi guarda, insinuando che ci sia in effetti una spiegazione da ricercare.

Il film si inserisce in un filone iniziato a metà anni ’90, il cosiddetto “mindfuck movie“, ma con una differenza fondamentale. Molte importanti opere del filone, come quelle di Christopher Nolan e Charlie Kaufman, sono labirinti narrativi da risolvere. Mulholland Drive è un labirinto in cui perdersi. La sua natura squilibrata spinge chi guarda ad abbandonare la logica e godersi la corsa onirica.

Buona parte delle interpretazioni, tuttavia, concorda sul fatto che (almeno) alcune parti della trama debbano essere i sogni di qualche personaggio. Ma dopotutto, che gli eventi sullo schermo siano reali o immaginari non fa differenza. Chi guarda reagisce comunque, perché ogni singolo evento fa parte di quel sogno più ampio che è l’esperienza cinematografica.

“Siamo fatti della materia di cui son fatti i sogni”

La donna nel cinema di Hollywood non è necessariamente solo l’oggetto dello sguardo, ma anche l’oggetto dell’indagine.

Laura Mulvey, Cinema, Gender and the Topography of Enigmas

Per trascinare chi guarda nelle profondità della psiche, Mulholland Drive decostruisce il genere noir e ne stravolge le componenti: mistero, orrore, umorismo e, soprattutto, melodramma. Facendo investigare una coppia di donne sull’identità di una delle due, i tropi del genere – detective, femme fatale e fair lady – presto si sovrappongono. Indagini e attrazione fondono le due donne come in Persona di Ingmar Bergman, le separano in doppelgänger come in Quell’oscuro oggetto del desiderio di Luis Buñuel, per poi ricostruirne i caratteri come in La donna che visse due volte di Alfred Hitchcock.

Il desiderio diventa importante tanto quanto la memoria per fissare l’identità. E sogni e speranze sono spesso mimetici. Secondo il critico Stephen Holden, Mulholland Drive è una “riflessione sul fascino di Hollywood e sui molteplici giochi delle parti e reinvenzioni che l’esperienza cinematografica promette”. Alla fine, tutte le strade portano al cinema.

Quali sogni possano arrivare a Hollywood

Mulholland Drive mette a nudo i due volti di Hollywood, e dello star system in particolare, raccontando una storia di ambizioni frustrate. Come ha notato il critico Chris Rodley (nel libro-intervista Lynch on Lynch) Los Angeles è una città piena di doppelgänger, nel senso che molti emergenti portano due nomi: quello di nascita e quello della star che vorrebbero diventare.

Alcuni sogni si avverano. Ma mentre molti altri si infrangono con conseguenze radicali, il film suggerisce che in realtà le persone possano essere artefici della propria sorte solo nelle loro fantasie. Il sogno americano si trasforma in un incubo proprio nella sua città natale e capitale. Ma anche questo pessimismo ha il suo rovescio della medaglia.

Mulholland Drive segue esplicitamente la scia di Viale del tramonto di Billy Wilder, un altro film di sogni frustrati. Ma come osserva lo studioso David Roche, entrambe le pellicole “non riguardano solo l’industria cinematografica hollywoodiana, ma ancor più la magia del cinema come forma d’arte”.

Il film è il doppelgänger per eccellenza. È al contempo una feroce, e quasi autobiografica, critica alla società dello spettacolo e un atto d’amore per il cinema. Un amore tormentato, certo, ma anche totalizzante.

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