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Postato il 09 Giugno, 2021

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Spagna, 1944. All’apice del regime di Francisco Franco, Ofelia, una ragazzina sognatrice, si trasferisce con la madre incinta nei boschi, in un avamposto falangista capitanato dal suo nuovo patrigno Vidal. Mentre l’uomo persegue sadicamente la guerra contro i pochi ribelli rimasti, la ragazza si imbatte in un labirinto nelle vicinanze, dove incontra un fauno che le rivela di essere la reincarnazione di una principessa di un mondo sotterraneo. Se la ragazza supererà tre prove, lui le permetterà di tornare nel regno magico. Ma presto Ofelia si renderà conto che gli orrori del fascismo non le consentiranno facilmente di fuggire dalla guerra, o dalla realtà.

Una storia universale dell’infamia 

Uscito nel 2006, Il labirinto del fauno è il secondo capitolo (dopo l’horror La spina del diavolo) nell’incompiuta trilogia Magico-realista del cineasta messicano Guillermo Del Toro. Il regista e scenggiatore ambiva a creare favole per adulti che intrecciassero il suo approccio visionario alla narrazione con il lato più oscuro della storia spagnola recente: la dittatura franchista. Il risultato è un fantasy antifascista che raggiunge il suo equilibrio interno in un continuo gioco di contrasti.

Le opposizioni, però, non sono così facili come sembrano, a cominciare da quella tra il mondo storico e quello fantastico. La violenza del primo si abbina alle esplosioni di orrore del secondo, poiché gli elementi fantastici agiscono come uno specchio deformante per la realtà. Uno su tutti, l’ormai iconico “uomo pallido” che (rifacendosi al dipinto Saturno che divora i suoi figli di Francisco Goya) si pone come metafora della storia di repressione della Spagna. Lo stesso Del Toro ha twittato che il mostro “rappresenta tutto il male istituzionale che si nutre degli indifesi”, in particolare (come ha anche dichiarato) il fascismo clericale.

La soluzione morale all’autoritarismo offerta dall’autore è chiara: disobbedire. È significativo che, tra tutte le creature mitologiche, per il ruolo di uomo sulla soglia Del Toro abbia scelto un fauno. Non un’icona pagana qualsiasi, ma quella che ha visto i suoi tratti riassegnati al Diavolo, disobbedienza per antonomasia ma forse anche, in una rilettura da Paradiso Perduto, massima libertà.

Storia del guerriero e della prigioniera

Il contrasto narrativo al centro del film è accompagnato da approcci visivi opposti. La messa in scena (in particolare la fotografia e la scenografia, premiate con l’Oscar) fonda il mondo reale su colori freddi e geometrie affilate, raffigurando invece quello fantastico con tinte calde e forme tonde. Questa scelta stilistica è coerente con l’altro fondamentale contrasto, quello che ruota attorno al genere.

In fuga dal mondo maschilista del patrigno, Ofelia trova rifugio in un universo dichiaratamente concepito secondo archetipi femminili – come dimostra l’albero uterino che appare nella locandina. Ma quello che all’inizio potrebbe sembrare un ritorno al grembo materno è in realtà un rito di passaggio. Attraverso le prove, l’eroina crescerà in una donna capace di altruismo e, infine, di autodeterminazione. Al contrario, Vidal troverà i suoi dogmi patriarcali – morte onorevole e discendenza maschile – messi a dura prova dal labirinto. In fin dei conti, Il labirinto del fauno non è solo un fantasy antifascista. È anche un romanzo di formazione antifascista.

I due re e i due labirinti  

Il labirinto del fauno contrappone i suoi due regni con tale forza da sollevare il dubbio che il fauno e il suo mondo sotterraneo siano solo frutto dell’immaginazione dell’eroina. Il tono onirico del film rende il tutto ancor più ambiguo: dopotutto, il tema principale della colonna sonora è una ninna nanna. Per non parlare del fatto che Ofelia porti il nome della fidanzata di Amleto, un’altra vittima degli eventi e delle sue illusioni. C’è però una seconda fonte di incredulità.

Essa si trova negli scopi contraddittori del film, che coinvolge chi guarda nella narrazione e, al contempo, richiama l’attenzione su di sé con una serie di omaggi. La sceneggiatura è piena di riferimenti ad altre storie archetipiche. Tra tutti, la scelta dell’ambientazione, che evoca l’adattamento cinematografico di Shining di Stephen King ad opera di Stanley Kubrick e il cult fantasy Labyrinth. L’altro, e fondamentale, nome che viene in mente è quello di Jorge Luis Borges, uno degli autori preferiti di Del Toro. Lo scrittore argentino ha infatti costruito tutta la sua opera sui labirinti, oltre che sull’autoconsapevolezza. Nei suoi scritti, il labirinto letterario è metafora sia di quel labirinto che è la realtà, sia del tentativo di riflettere su tale incomprensibilità attraverso la finzione.

Del Toro abbraccia le suggestioni di Borges e fa un passo avanti. Lo ha messo in chiaro quando ha definito questo fantasy, già antifascista, “un test di Rorschach che indica da quale parte la gente scelga di schierarsi”. Il fatto che il mondo sotterraneo esista o meno non è determinante. Ciò che è decisivo, per chi guarda, è in cosa scegliere di credere, e se prendere consapevolezza di questa scelta. Il piacere de Il labirinto del fauno non sta solo nel perdersi in tutti i suoi sentieri che si biforcano, ma anche nel ritrovare, alla fine, se stessi.

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