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Postato il 17 Novembre, 2021

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Ann e John vivono un matrimonio noioso. Lui è un avvocato rampante, lei una casalinga sessualmente repressa. Ann combatte, senza successo, la sua frigidità andando in terapia. John affronta, con successo, la frigidità della moglie tradendola regolarmente con la disinibita sorella di lei, Cynthia. Il tetto coniugale regge finché John non ospita un suo vecchio amico del college, Graham, ora un vagabondo con un problematico passatempo: registra su videocassetta donne che parlano di sesso, in modo da ovviare alla propria impotenza. Quando il fetish di Graham viene alla luce, tutti e quattro dovranno affrontare le loro verità e bugie davanti alla videocamera.

Un film anti-porno

Sesso, bugie e videotape quasi non mostra sesso, eppure è all’altezza del suo titolo. La sessualità è infatti al centro del film, ma è solo espressa a parole. Il film fonda la sua forza sulle tipiche debolezze del genere erotico: la sceneggiatura e la recitazione, ottimizzando un budget ridotto e definendo, per usare le parole di Sean Axmaker di IndieWire, “una certa estetica indie”:

location semplici e ordinate, piccole scene con cast minimali, musica tonale, contenuto provocatorio (e del tutto contemporaneo), intimità imbarazzante, e discussioni mature su questioni e preoccupazioni adulte all’interno di una cornice personale.

Non è solo questo assetto, però, a consentire a Sesso, bugie e videotape di configurarsi come la quintessenza del film indipendente americano. È opinione comune che il suo successo di critica e di pubblico nel 1989 abbia puntato i riflettori su due future istituzioni del cinema indipendente, il festival e gli studios che scommisero sul suo lancio: Sundance e Miramax. Il sentiero che avrebbe portato il cinema americano indipendente verso il mainstream era stato tracciato. Nel grembo di un film anti-pornografico, Indiewood era appena stata concepita.

Dove giace la verità

Non sanno che portiamo loro la peste.

Frase detta, secondo le cronache, da Sigmund Freud mentre navigava per la prima volta verso l’America.

La centralità del sesso nel film non è causale, né tantomeno subdola. Tema scottante per eccellenza, la sessualità non lascia scorciatoie a chi ne parla, se non il silenzio. Nel film però l’occhio della videocamera induce i personaggi a dire il vero come se fossero sotto ipnosi. Li costringe a mettere a nudo il vero, profondo sé che giace sotto alle loro menzogne. Ma soprattutto consente loro di riprendere controllo della loro vita, mentre gli ideali della classe media cominciano a crollare attorno a loro.

Il protagonista non è il solito guardone. La sua telecamera funge da metafora della psicanalisi; la sua alterità da ogni obbligo fa da manifesto di cambio di secolo. Sesso, bugie e videotape è infatti (come sostiene la critica Rita Kempley) “lo specchio di una generazione”. I suoi personaggi maschili incarnano le due facce della Generazione X americana, gli Yuppie e gli Slacker, proprio mentre la prima stava tramontando e la secondo emergendo (solo due anni dopo, l’icona del grunge Kurt Cobain sarebbe diventata una star).

Ma alla fine, nemmeno questo anti-eroe potrà sfuggire allo sguardo tecnologico che impone agli altri. E mentre la sua ricerca della verità si rivela una menzogna, si fa strada un’altra metafora: quella dell’incontro-scontro tra cinema e vita reale.

All-Out Video 

La storia di Sesso, bugie e videotape al Festival di Cannes del 1989 è leggenda. Nessuno avrebbe mai previsto che il film d’esordio a basso budget di un ventiseienne (che scrisse la sceneggiatura in otto giorni) finito in concorso per via di una cancellazione dell’ultimo minuto, avrebbe sbaragliato concorrenti del calibro di Fa’ la cosa giusta di Spike Lee e Nuovo Cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore, aggiudicandosi non uno ma ben tre premi: il Prix d’interprétation masculine, il premio FIPRESCI e, soprattutto, la Palma d’Oro.

Col senno di poi, tuttavia, si possono vedere i presagi di tutto ciò, se si considera che il presidente della giuria in quell’edizione era Wim Wenders. Non c’è da stupirsi che un regista ossessionato dallo stallo tra immagini, parole e vita vissuta abbia trovato – letteralmente – “fiducia nel futuro del cinema” nelle videocassette di Soderbergh.

Questo trionfo non sarebbe potuto accadere già solo dieci anni prima, quando le videocamere non avevano ancora fatto irruzione nella vita quotidiana. La capacità di registrare facilmente video privati è ben più di un espediente narrativo. È la ragione stessa del successo del film. Ponendo la tecnologia come mediatore tra i personaggi, Sesso, bugie e videotape coglie l’essenza del suo tempo e (neanche a dirlo) del nostro: una nuova intimità in un mondo nuovo.

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