L'ultima infedeltà | Gozzano dice addio alla tristezza
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L'ultima infedeltà | Gozzano dice addio alla tristezza

L'ultima infedeltà | Gozzano dice addio alla tristezza

Postato il 29 Maggio, 2024

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14 verses

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Le poesie di Guido Gozzano possono essere viste come una celebrazione di personaggi ordinari che portano la prosa nella poesia italiana dell’inizio del ventesimo secolo. Il forte impatto della poesia di Gozzano risiede infatti nella sua distanza dalla tradizione poetica che l’ha preceduta. Questo dev’essere stato particolarmente chiaro ai lettori dopo decenni in cui la magniloquenza di poeti come Gabriele D’Annunzio, personalità d’alto profilo del panorama poetico italiano del 19mo secolo, l’aveva fatta da padrone. Dal libro I Colloqui (1911), L’ultima infedeltà conferma l’eccentricità di Gozzano e segna il suo addio alla tristezza.

Dolce tristezza, pur t’aveva seco
non è molt’anni, il pallido bambino
sbocconcellante la merenda, chino
sul tedioso compito di greco…

L’Io della lirica non convenzionale

L’ispirazione trovata da Gozzano nella poesia francese gli permette di compiere la sua rivoluzione. Alla fine del diciannovesimo secolo, i poeti più innovativi erano Arthur Rimbaud e Charles Baudelaire. Gozzano tuttavia ha il suo marchio di stile nella velata ironia che pervade ogni verso. L’ultima infedeltà non mette in scena drammi farseschi come succede nelle sue poesie più narrative e note. Questa poesia, che adotta la forma del sonetto, si pone in linea con la tradizione lirica nata con Francesco Petrarca. Il ‘ghigno’ ironico presente è tipico dello stile di Gozzano, e dona originalità al componimento.

Oggi pur la tristezza si dilegua
per sempre da quest’anima corrosa
dove un riso amarissimo persiste,

un riso che mi torce senza tregua
la bocca… Ah! veramente non so cosa
più triste che non più essere triste!

Gozzano dice addio alla tristezza

L’ultima infedeltà sfrutta la struttura del sonetto usando il passato nelle quartine e il presente nelle terzine. Le prime due strofe immortalano infatti il passato della voce poetica in due pose differenti. Nella prima il bambino chino sul compito di greco. Nella seconda l’adolescente tormentato dal desiderio amoroso. Le terzine marcano il passaggio della voce poetica alla maturità, raggiunta abbandonando la familiare tristezza che sempre aveva accompagnato il poeta.

[…] non so cosa
più triste che non più essere triste!

Questi versi finali rappresentano la sofferenza come una ricchezza, una risorsa da cui imparare, una via per la conoscenza. Un centinaio d’anni dopo lo stesso concetto verrà portato ai suoi estremi termini da Louise Glück. Nel suo componimento Vespri, la terza di dieci poesie con lo stesso nome presenti nella raccolta L’iris selvatico, Glück rappresenta la sofferenza come un dono divino, dono che testimonia l’esistenza di Dio agli esseri umani.

L’agonia dell’indifferenza

Gozzano non arriva a tanto. Nella poesia non si trova la parola sofferenza, ma la parola che indica la superficie di questo sentimento, la tristezza. L’ironia impiegata ci scherma dal trovare un significato più profondo. Quel riso alla fine della poesia è il riso dell’indifferenza e del tormento che provoca.

In questo modo, la poesia partecipa allo smantellamento della santità dell’artista, iniziato con Baudelaire. Il poeta è un comune uomo borghese, non un messaggero celeste, e non ha più il diritto di prendersi sul serio. Così facendo, Gozzano spoglia il poeta delle sue vesti tragiche e dà voce a un nuovo tormento: l’indifferenza nei confronti della propria esistenza.

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