Proust 100 | Sinfonia della memoria

Dentro le stranze di Marcel Proust

Proust 100 | Sinfonia della memoria

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Cent’anni fa, nel 1922, il 18 novembre era un sabato. La prima guerra mondiale era finita, era sopravvenuta poi l’epidemia di Spagnola che aveva decimato l’Europa, e di cui riemergono, di tanto in tanto, testimonianze fotografiche che ci fanno rabbrividire: la gente portava le mascherine, come le portiamo, come le abbiamo portate noi in questi anni di pandemia. Il Regime Fascista si era da poco insediato in Italia.

E in quel sabato di novembre avanzato, in un palazzo di Parigi, al numero 44 di rue Hamelin, nel XVI arrondissement, un palazzo che oggi è un hotel, fra le cinque e le sei di sera, moriva Marcel Proust. Aveva cinquantun anni. Aveva passato gli ultimi mesi a correggere e annotare forsennatamente le sue pagine. Era riuscito a dilatare il tempo della malattia abbastanza da arrivare fino in fondo, abbastanza da non lasciare la sua opera incompiuta.

Cent’anni dopo, il mondo lo celebra. Sono usciti libri su libri, su di lui e sui suoi libri; sono stati girati cortometraggi e incisi podcast, sono stati indetti convegni e allestite mostre. Al cimitero Père Lachaise, la sua tomba è una lastra di granito nero; non mancano mai i fiori.

Perché chi si appassiona a Proust, al suo mondo, al suo romanzo, è spesso capace di una devozione infinita, adorante, affettuosa.

Cent’anni fa, nel 1922, il 18 novembre era un sabato. La prima guerra mondiale era finita, era sopravvenuta poi l’epidemia di Spagnola che aveva decimato l’Europa, e di cui riemergono, di tanto in tanto, testimonianze fotografiche che ci fanno rabbrividire: la gente portava le mascherine, come le portiamo, come le abbiamo portate noi in questi anni di pandemia. Il Regime Fascista si era da poco insediato in Italia.

E in quel sabato di novembre avanzato, in un palazzo di Parigi, al numero 44 di rue Hamelin, nel XVI arrondissement, un palazzo che oggi è un hotel, fra le cinque e le sei di sera, moriva Marcel Proust. Aveva cinquantun anni. Aveva passato gli ultimi mesi a correggere e annotare forsennatamente le sue pagine. Era riuscito a dilatare il tempo della malattia abbastanza da arrivare fino in fondo, abbastanza da non lasciare la sua opera incompiuta.

Cent’anni dopo, il mondo lo celebra. Sono usciti libri su libri, su di lui e sui suoi libri; sono stati girati cortometraggi e incisi podcast, sono stati indetti convegni e allestite mostre. Al cimitero Père Lachaise, la sua tomba è una lastra di granito nero; non mancano mai i fiori.

Perché chi si appassiona a Proust, al suo mondo, al suo romanzo, è spesso capace di una devozione infinita, adorante, affettuosa.

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La memoria degli oggetti

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La stanza con le pareti di sughero

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Lanterna magica e bacio della buonanotte

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Finestre chiuse

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Luce di Normandia

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Un piccolo lembo di muro giallo

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La memoria degli oggetti

Il suo romanzo detiene il record di romanzo più lungo del mondo. Forse – probabilmente – proprio per questa ragione, molti potenziali lettori si guardano bene dall’aprirlo, e rimangono, così, lettori e lettrici in potenza, mentre i sette volumi del romanzo più lungo del mondo prendono la polvere in cima a qualche mensola, in elegante edizione cofanetto.

Anche chi, per via della mole troppo imponente o di qualche altra ragione più o meno valida, non ha letto Proust conosce il meccanismo della memoria involontaria, che il mastodontico romanzo esplora solo raccontando di un mondo di ricordi infantili su cui si spalancano le porte della percezione, grazie a una madeleine, un piccolo dolce lievitato inzuppato in una tisana di tiglio – il sapore del ricordo si rivela nella memoria degli oggetti.

Proviamo a lasciarli parlare, allora, questi oggetti, perché raccontino qualcosa di lui, della sua opera, del modo in cui questo romanzo mastodontico sa cambiare lo sguardo: di chi lo legge, di chi ha intenzione di leggerlo, di chi semplicemente si avvicina, anche per interposta persona, anche attraverso racconti e resoconti altrui, all’enigmatico signore coi baffi che ha saputo condurre una sinfonia della memoria, lasciando che a suonare insieme fossero gli oggetti della vita quotidiana.

Gli oggetti della Recherche, accatastati in scatole magiche che suonano come carillon, e compongono la melodia del ricordo – forse suonerà come la piccola frase del compositore Vinteuil, la musica evocata per tutto il corso del romanzo, la musica che in un certo senso è la colonna sonora di questa appassionata ricerca del tempo perduto.

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La stanza con le pareti di sughero

A Parigi, nel cuore del Marais, in un antico hôtel particulier che pare un piccolo castello c’è un museo che racconta tutta la storia della città. Al Musée Carnavalet si entra gratis, e dentro si scopre un mondo. È come aprire una prima scatola magica, che a sua volta contiene molte altre scatole più piccole.

Al Carnavalet si trovano insegne medievali di botteghe artigiane, ma anche i mobili della prigione del Tempio, dove durante la Rivoluzione fu rinchiusa Maria Antonietta e pure il piccolo Luigi, che non arrivò mai a essere il re di Francia perché la Francia si rivoltò contro la monarchia quando era ancora bambino, e lo condannò a morte. C’è, anche, la stanza da letto di Proust.

Nella camera di Proust

Con il suo letto, lo scrittoio, la canna da passeggio, il paravento, la poltrona liseuse dal velluto consumato. E soprattutto – il dettaglio che forse fa più impressione – con i pannelli di sughero alle pareti. I mobili e il rivestimento di sughero, per isolarsi dai rumori della strada mentre la scrittura del romanzo procedeva a un ritmo del tutto incompatibile con quello del mondo fuori, sono quelli degli anni vissuti nell’appartamento di Bd. Haussmann, dopo la morte dei genitori, prima del trasloco in rue Hamelin nell’ottobre del 1919: la sua ultima casa, che doveva essere una sistemazione temporanea, e invece fu quella definitiva.

Lì non c’era riscaldamento, l’appartamento non era ammobiliato; qualche settimana dopo il trasloco Proust seppe di aver vinto il premio Goncourt con All’ombra delle fanciulle in fiore, il secondo volume del suo mastodontico romanzo.

Lit de Proust à l’exposition Marcel Proust, un roman parisien, présentée au musée Carnavalet – Histoire de Paris du 16 décembre 2021 au 10 avril 2022 © Pierre Antoine / Paris Musées

Fa una certa impressione, vedere oggi quel letto – così piccolo, così angusto. Non ha per niente l’aria di essere comodo, eppure è lì che è stato scritto il romanzo capolavoro. Fa impressione anche pensare che al Musée Carnavalet sia conservato il cappotto di Proust, il vecchio cappotto sdrucito, con il suo collo di pelliccia, che compare nelle fotografie e nelle descrizioni di chi lo conobbe, come Jean Cocteau.

È una storia appassionante, quella del cappotto e dei mobili di Proust, che infine, dopo vari passaggi, furono donati al museo: appassionante, perché è la storia della devozione dell’industriale dei profumi Jacques Guérin, che si adoperò per buona parte della sua vita perché gli eredi non buttassero via tutto quanto, in uno slancio di damnatio memoriae a cui non era estranea la vergogna per la vita sessuale del geniale parente, il quale, da parte sua, al momento di lasciare bd. Haussmann aveva ceduto gran parte degli arredi di famiglia a un bordello per omosessuali. La storia la ricostruisce Lorenza Foschini nel suo libro Il cappotto di Proust (Mondadori), e leggerla prima di addentrarsi fra le sale del musée Carnavalet significa rendersi ancora più indimenticabile l’esperienza di osservare quegli oggetti addormentati, che hanno vissuto la loro vita di cose al servizio di un personaggio così fuori dal comune.

Non solo alle pareti, alcune persone conservano i tappi di sughero per collezionismo, o anche come ricordo delle bottiglie stappate in compagnia o in occasioni speciali.

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Lanterna magica e bacio della buonanotte

Nella vita di un insonne, niente è importante quanto le notti. Il primo volume della Recherche, dedicato all’infanzia – primissimo terreno di caccia del tempo che la nostra vita ci impone di perdere, perché passi, perché vita sia – offre uno spazio immenso al tema dell’addormentarsi, al respiro della notte, al bacio serale della mamma del Narratore bambino – quella carezza della sera che nelle nostre vite adulte ci manca in maniera indicibile, perché quando cresciamo il momento di addormentarci perde l’aspetto di protezione che aveva nell’infanzia, quando c’era, in effetti, qualcuno che vegliava sul nostro sonno, anche se non avevamo mai voglia di andarcene a letto.

Mary Cassatt, Mother’s Goodnight Kiss, 1888. CC0 Public Domain Designation. Image courtesy of Art Institute Chicago.

Il Narratore bambino, però, essendo insonne fin da piccolo, nonostante la prospettiva così dolce del bacio della buonanotte della mamma, è terrorizzato dalla distesa di ore identiche che gli si para davanti ogni volta che gli adulti lo spediscono a dormire; e si inventa mille modi per ingannarsi, per rassicurarsi di fronte a quel deserto spaventoso. È incredibilmente facile, per chiunque abbia vissuto anche una sola notte di insonnia, immedesimarsi nei suoi tormenti.

Solo che lui, il Narratore, è destinato a diventare uno dei più grandi scrittori della storia del mondo, e quindi non c’è da stupirsi se il suo modo di vincere la paura della notte passa per le storie. Storie proiettate sulle pareti della sua camera, nelle estati che passa nel cuore della Francia, a Combray – ovvero a Illiers, dove gli zii hanno una bella casa di campagna – da una lanterna magica, con i vetri colorati che raccontano le leggende medievali dei Merovingi: delle regine e dei re di Francia i cui discendenti sono proprio i nobilastri contemporanei del Narratore, che crescendo si impunterà a voler conoscere – e che lo deluderanno, perché non sono fatti di riflessi di luce su vetri dipinti, ma sono donne e uomini spesso stolidi e pieni di difetti.

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Finestre chiuse

L’infanzia è il momento in cui in Narratore impara cosa sia l’amore, e lo impara, un po’ come tutti noi, per interposta persona: prima di vivere le sue prime esperienze amorose, sente raccontare la storia di un innamoramento, ne osserva le conseguenze prima ancora di sapere quanta parte avranno nella sua stessa vita – se non altro, perché la bambina che nasce da questo innamoramento è destinata a essere il suo primo amore.

L’amore è quello di Charles Swann per Odette de Crécy, ed è un amore alquanto asimmetrico, e per questo, tremendamente tenace, come tutti gli amori sbagliati – sghembi, difficili, morbosi e malsani – nell’opera di Proust.

Swann è un amico di famiglia; ironico e raffinato, un dandy di primissima categoria, talmente raffinato da essere semplicissimo, oltre che incapace della benché minima grettezza, appassionato di arte, dilettante di genio purissimo ma troppo impegnato fra pranzi, feste e piccole estasi culturali per riuscire, ahilui, a trasformare il suo talento in un’opera durevole, che richiederebbe una dedizione e un’abnegazione che non ha, o forse, più propriamente, che non gli va di scoprire in sé stesso.

Odette è una giovanissima prostituta, anche se non sta bene dirlo, e lo si lascia indovinare, dunque, solo per fuggevoli allusioni. Sua madre l’ha iniziata al mestiere quando era ancora adolescente; ma lei, Odette, non ha nessuna intenzione di fare la fine delle Nanà o delle Signore delle camelie di cui abbondano i romanzi del secondo Ottocento francese, non si sogna nemmeno di lasciarsi sfruttare e poi sputare via dall’alta società che la disprezza. E riesce, infatti, in un’impresa straordinaria: non solo seduce Swann, lo fa innamorare nell’unico momento in cui non è in posa per piacergli, ma si piega e somiglia per un solo istante a una ragazza dipinta da Botticelli alla Cappella Sistina – ma quell’istante basta e avanza.

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Poi, lo fa impazzire di gelosia, lasciando chiuse le persiane – gelosie – di casa sua, così che lui non sa cosa leggere dentro quelle imposte accostate, e desidera con forza sconvolgente appropriarsi di tutti i suoi segreti, del suo tempo, delle sue ore nascoste. Infine, la giovane Odette ingenuamente snob, che in una frase infila tre parole inglesi senza sapere bene cosa significhino, solo per darsi un tono, che ama le cineserie e le mode orientali, che si riempie la casa di crisantemi e che serve il tè, anzi il tea, con panna così morbida che sembra una nuvola, si scopre avere un gran talento, un occhio sopraffino per la moda. Si veste così bene che i vestiti la fanno apparire seducente, abbagliante come se non fosse vestita affatto; domina il color malva, compie incantesimi di seduzione. E scala tutte le gerarchie dell’alta società che inizialmente la rifiutava.

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Luce di Normandia

Nel passato di Odette c’è un quadro, un ritratto, in cui lei posa nei panni di un monello androgino, con il nome di Miss Sacripant – signorina smargiassa, signorina spaccona. L’ha dipinto Elstir, il pittore di grido, il genio dei colori che sa catturare la luce nelle sue marine, che ha un atelier straordinario a Balbec, in Normandia ed è una controfigura ibrida degli impressionisti che negli anni in cui l’Ottocento volgeva alla fine rivoluzionavano la pittura. La Normandia è la terra che lo ispira, ed è anche la meta delle vacanze del Narratore: che lì vive la rivelazione più sconvolgente della sua vita, l’intermittenza del cuore che comprende quel che succede per slanci involontari, per buchi, per mancanze. In Normandia, fra le stanze del Grand Hotel della cittadina immaginaria di Balbec, ricalcata in gran parte su Cabourg – città di onde e di cabine coperte, di passeggiate di legno e nuvole, di cattedrali e pascoli, di ostriche e casinò – il Narratore scopre che esistono davvero, e che lo riguardano, la morte e il desiderio, il vuoto e il pieno. E che i nomi dei paesi attraversati in treno costruiscono una geografia di sconvolgente verità.

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Un piccolo lembo di muro giallo

Tutta la Recherche è una sfida alla morte, alla morte che non significa soltanto finire di vivere, non essere più, ma anche, e forse soprattutto: smettere di ricordare, interrompere il flusso dell’energia involontaria che anima gli oggetti nel dirci di cose, di storie, di eventi, di piccoli o grandi incidenti, di inciampi e di dolori.

Gli ultimi volumi, scritti via via che la morte dell’autore si avvicinava, e lui lo sapeva, lo sentiva, sono un gioco a rimpiattino con la morte in arrivo, un gioco straziante perché libero, incosciente, ardimentoso. Così, quando Albertine, l’amore adulto della vita del Narratore, la ragazza che lui ha scoperto di desiderare a Balbec e che smette di desiderare a Parigi, quando è riuscito a insediarla saldamente – troppo saldamente – nella sua vita, muore (è uno spoiler forse, ma non so se rispetto a Proust si possa davvero parlare di spoiler), succede che poco dopo, con un trucchetto quasi da soap opera, Proust fa saltar fuori un telegramma che dovrebbe riaccendere la speranza che non sia morta davvero, che sia, in realtà, viva. Non è così, e la morte le si addensa attorno con ancora più insistenza; eppure, c’è un alone di speranza che finisce per circondare la morte che a passo di carica si insedia negli ultimi volumi, nella forma, anche, delle distruzioni della prima guerra mondiale, che devasta il mondo fino allora conosciuto, che ferma il tempo in un presente di rovine, che dà a chi legge l’impressione che siano passati, fra la giovinezza del Narratore e la sua maturità, molti più anni di quelli che sono realmente trascorsi.

La speranza non è che la morte non esista, figurarsi; Proust sa benissimo che esiste, lo sa benissimo anche perché conosce il suo contraltare, il desiderio frenetico e feroce che diametralmente le si oppone. Ma sa, anche, che ci sono dei casi in cui la morte non è per sempre: è il caso della morte degli artisti, e in particolare, della morte del suo amico scrittore Bergotte, ricalcato sul modello reale di Anatole France. E, a sua, volta, controfigura di lui; di Proust. Bergotte muore davanti a un quadro di Vermeer, la Veduta di Delft, prestata dal museo dell’Aja per una mostra di pittura olandese – una mostra che a Parigi si tenne davvero, e alla quale Proust stesso volle recarsi, pur già malato, come racconta in un bellissimo saggio, L’angelo della notte, Giovanni Macchia.

Johannes Vermeer, Veduta di Delft, c. 1660-1661.
Image courtesy of 'Mauritshuis, The Hague'

Fino all’ultimo istante di coscienza, Bergotte, che è molto malato, che ha mangiato patate bollite e poi a tutti i costi è voluto andare a vedere il quadro, è ossessionato dalla perfezione di un dettaglio dell’opera: un piccolo lembo di muro giallo, di una bellezza tale da valere la vita intera – la vita di un artista, dedicata tutta, per intero, alla bellezza. Tanto che “l’idea che Bergotte non fosse morto per sempre non ha il carattere dell’inverosimiglianza”; e lo stesso vale per Proust.

Sopra i tetti di Parigi, verso l'eternità

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Fin

Ilaria Gaspari

Ilaria Gaspari collabora con vari giornali e insegna scrittura. Ha studiato filosofia alla Scuola Normale Superiore di Pisa e si è addottorata all’università Paris I Panthéon-Sorbonne con una tesi sullo studio delle passioni nel Seicento. Nel 2015 per Voland è uscito il suo primo romanzo, Etica dell’acquario. Nel 2018, per Sonzogno, Ragioni e sentimenti. L’amore preso con Filosofia. Per Einaudi ha pubblicato Lezioni di felicità. Esercizi filosofici per il buon uso della vita (2019) e Vita segreta delle emozioni (2021), entrambi tradotti in diverse lingue, e Cenerentole e sorellastre. Una botanica della bellezza (2022). Per Perrone, è uscita nel 2022 una guida letteraria, A Berlino – con Ingeborg Bachmann nella città divisa. Nell’estate del 2022, anno proustiano, Emons Record ha prodotto un suo podcast dedicato proprio all’opera e alla figura di Proust: Chez Proust.

 

Credits foto: Chiara Stampacchia

Alcune delle vostre scatole della memoria

Nei prossimi giorni, aggiorneremo la galleria con tutte le altre foto.

 

Grazie alle persone che hanno partecipato inviando le foto, condividendo con noi i loro ricordi e ritrovando un tempo passato.

 

Dentro le stranze di Marcel Proust