Il potere del cane | Profondità umane che abbaiano
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Il potere del cane | Profondità umane che abbaiano

Il potere del cane | Profondità umane che abbaiano

Postato il 11 Dicembre, 2023

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126'

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Libera l’anima mia dalla spada e il mio amore dal potere del cane.

Libro dei Salmi, Salmo 22:20

Schermo nero. Il potere del cane inizia con il suono inquietante delle corde pizzicate di un violoncello che introduce la voce fuori campo di un ragazzo. “Dopo la morte di mio padre, non volevo altro che la felicità di mia madre. Che uomo sarei mai se non aiutassi mia madre? Se non la salvassi?”, afferma.

Il pubblico si ritrova immediatamente nella terra calda e secca del vasto stato occidentale del Montana, all’inizio del XX secolo. Una mandria di manzi solleva la polvere sul terreno. Dei cowboy gridano e fischiano. Due bovini premono i loro musi l’uno contro l’altro. Si lanciano sguardi di sfida. Non vediamo quale dei due abbia la meglio. Una terzo bovino, più imponente, li divide con decisione ponendo fine alla lotta.

Il cinema è un’arte sottile, fatta di incastri precisi. È uno straordinario esercizio estetico in cui raramente ci sono passi falsi. Non una sola immagine che appare sullo schermo è frutto del caso. Soprattutto quando si tratta della regista neozelandese Jane Campion. Prima regista donna con due nomination all’Oscar per la miglior regia, la filmografia della Campion ha abituato gli spettatori a intendere il suo lavoro come un compendio personale. I suoi film sono composizioni intime che spesso rivelano, dietro le immagini, il tessuto emotivo e le urgenze narrative della persona che racconta la storia. E in questo singolo frammento che indugia sui tre bovini, Campion ha racchiuso l’essenza de Il potere del cane.

Questa non è una storia di eroi. È uno spietato testa a testa tra le profondità inespresse e represse dell’essere umano che abbaiano come un cane rabbioso per uscire.

The Power of the Dog | Human Depths Barking
Benedict Cumberbatch nel ruolo di Phil Burbank (Kirsty Griffin/Netflix)

“C’erano uomini veri a quei tempi”

Montana, 1925. I fratelli Burbank sono due allevatori facoltosi molto diversi tra loro. Phil (Benedict Cumberbatch) è un cowboy dal fascino selvaggio e animalesco. Intelligente, severo e dalla lingua tagliente, incute timore reverenziale a chiunque incroci il suo sguardo gelido. Al contrario, George (Jesse Plemons) è un uomo sobrio, tranquillo e gentile con gli altri. Un giorno, i due si fermano in una locanda dove incontrano la vedova proprietaria Rose (Kirsten Dunst) e il suo enigmatico figlio Peter (Kodi Smit-McPhee). George si innamora di Rose e la sposa, portando la donna e suo figlio a casa con sé. I due entrano subito nel mirino delle spietate prese in giro di Phil. È lo scoppio di una scintilla destinata a divampare in un violento conflitto che non risparmia nessuno e che costringerà tutti a fare i conti con i propri luoghi oscuri più profondi.

Basandosi sull’omonimo romanzo del 1967 di Thomas Savage, Jane Campion realizza un’opera estremamente complessa. Infatti, raccontando una storia torbida che affronta un’ampia gamma di temi – mascolinità tossica, auto-repressione, abuso psicologico, misoginia, relazioni disfunzionali, alienazione e altro ancora – dimostra di poter imbrigliare con successo un genere come il western – così radicato nella storia americana e così impregnato di sguardo maschile – e stravolgerlo.

Il risultato è un nuovo e significativo capitolo della cinematografia. Una storia di sguardo femminile dai confini sfumati, pervasa da una costante tensione sessuale di fondo. Il potere del cane è un western atipico in stile noir che incorpora caratteristiche stilistiche e narrative del dramma psicologico.

Cowboy e Queer Western

La Campion compie uno studio acuto e accurato sulla mascolinità dei cowboy, soprattutto attraverso il personaggio di Phil Burbank. In effetti, l’autrice gioca, utilizzando ogni ingrediente – un primo esempio sono i pesanti e lanosi chaps di Phil che agiscono come una sorta di armatura che tiene tutti a distanza o anche la sua riluttanza a lavarsi – per sfidare la rigida nozione di mascolinità del western, creando al contempo un forte senso di contrasto con la vulnerabilità inespressa di Phil e il suo essere un uomo ben istruito. In particolare, il film presenta un forte sottotesto carico di sottile e spesso invisibile queerness e omoerotismo.

In questo senso, Il potere del cane condivide un’eredità visiva e narrativa molto specifica. Più in dettaglio, il film di Jane Campion presenta diverse assonanze con la natura poetica, rurale, melodrammatica e di composizione queer del racconto Brokeback Mountain (1997) della scrittrice americana Annie Proulx e del suo adattamento cinematografico del 2005 ad opera del regista taiwanese Ang Lee. Entrambi esempi di scrittura sul West americano da una prospettiva femminile, le due opere puntano i riflettori sulla figura del cowboy e sull’immaginario che lo circonda, mostrando tratti comuni che permettono di inquadrare un certo tipo di genere o lessico visivo ridefinito.

Per esempio, entrambi i film presentano una forte dicotomia di fondo tra natura selvaggia e civiltà. La natura incontaminata del Wyoming in Brokeback Mountain e quella della Nuova Zelanda ne Il potere del cane – entrambi girati in campo lungo – riecheggiano la solitudine interiore dei personaggi e un senso di libertà più profondo nell’esprimere la loro intimità sessuale e il loro desiderio in modo disarmato. Allo stesso modo, entrambi mettono in scena una rappresentazione della violenza intima dei personaggi su se stessi, fatta di gesti e silenzi, soprattutto nei personaggi di Phil Burbank ed Ennis Del Mar (Heath Ledger).

Alla fine, anche se radicalmente diverso, Il potere del cane può essere accostato ad altri western queer che hanno contribuito a ridefinire il genere (con la sua definizione di mascolinità), come Belli e dannati (1991) di Gus Van Sant, Un uomo da marciapiede (1969) di John Schlesinger e Cowboy solitari (1968) di Andy Warhol.

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Mandriani in Il potere del cane (Kirsty Griffin/Netflix)

Gesti che rendono visibile l’invisibile

Ciò che emerge subito ne Il potere del cane è la misura in cui tutto si svolge attraverso sottili dettagli, opposizioni, allegorie e lunghi minuti di silenzio. Perché spesso sono le immagini a parlare per i personaggi e la storia. La Campion dimostra sensibilità e lucidità nell’uso del mezzo cinematografico. Infatti, utilizza il potere evocativo delle immagini per trasmettere allo spettatore lo stato d’animo dei personaggi. Soprattutto, ne Il potere del cane, c’è una gestualità ricca di significato. La macchina da presa indugia spesso sui gesti dei personaggi – in primo luogo quelli di Phil e Peter – che parlano per loro e contribuiscono a trasmettere una forte carica sessuale che corre lungo tutto il film come un leitmotiv.

Le dita di Phil che accarezzano i petali del fiore di carta fatto da Peter e poi penetrano tra i petali. Il modo sensuale in cui tocca la sella di Bronco Henry e vi monta sopra. Il modo selvaggio e deciso in cui esegue la castrazione del toro, mettendosi il coltello tra i denti e terminandola con le proprie mani. O il modo in cui strofina il fango sul suo corpo nudo. Infine, la scena cruciale in cui, lentamente e con insolita delicatezza, fa scivolare il panno bianco con le iniziali di Bronco Henry sul suo petto pallido e sulle sue labbra, per poi masturbarsi con esso. Quindi, anche le sue future parole rivolte a Peter assumono un significato molto più ampio:

Bronco mi tenne in vita tenendo il suo corpo contro il mio sotto una coperta. Alla fine ci addormentammo così.

Phil Burbank (Benedict Cumberbatch)
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Benedict Cumberbatch nel ruolo di Phil Burbank (Kirsty Griffin/Netflix)

Opposizioni e parallelismi

I gesti di Phil non sono gli unici ad assumere un significato più profondo. Anche quelli di Peter sono significativi e contribuiscono soprattutto a esprimere la loro opposizione. Infatti, il contrasto non è reso solo in termini di aspetto fisico: l’estrema magrezza di Peter o i suoi vestiti. Anche il modo in cui si pettina e l’andatura sono emblematici – la scena in cui cammina davanti a tutti i compagni di Phil che si fermano a fissarlo è significativa – e sono entrambi in netto contrasto con l’iper-mascolinità di Phil.

In questa stessa ottica, Campion utilizza dettagli macro per stabilire un parallelismo tra Phil e Peter. Sebbene Phil sia un uomo adulto, in realtà mostra tratti che lo avvicinano all’età giovanile di Peter. Infatti, dorme ancora nel suo letto d’infanzia e il fratello lo chiude a chiave quando si ritira nella sua stanza con la moglie. Tutto gioca sulla maestria e sulla sottigliezza resa anche attraverso il montaggio, come nella scena in cui Peter fa l’hula-hoop e poi c’è un taglio su Phil che fa roteare una sedia su una gamba sola.

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Kodi Smit-McPhee nel ruolo di Peter Gordon (Kirsty Griffin/Netflix)

Uno sguardo femminile sul ruolo della donna

Uno dei motivi principali dei film di Jane Campion è la sua profonda analisi femminista della condizione femminile e del ruolo della donna nella società. In tutta la sua filmografia – da Lezioni di piano (1993) a Ritratto di signora (1996), fino a Bright Star (2009) – la Campion ha usato la macchina da presa e il suo potere narrativo per inquadrare e indagare con singolare sensibilità i molteplici paesaggi emotivi dei suoi forti personaggi femminili. E lo fa anche ne Il potere del cane attraverso il personaggio di Rose Gordon.

Una donna oppressa, collocata in un periodo storico molto specifico e culturalmente vessatorio per le donne, Rose vive una profonda evoluzione lungo il suo arco narrativo, svelando nuovi lati di sé. Rose è una donna sfaccettata e articolata, di estrema fragilità. Dalla depressione, il dolore e la frustrazione che sfociano nell’alcolismo, all’incapacità di suonare il pianoforte e al non sentirsi mai all’altezza. Rose è una vittima costante non solo delle violente provocazioni di Phil, ma anche dell’ignoranza e della limitatezza del marito: un uomo gentile, ma che inconsciamente non le permette di esprimersi come vorrebbe e che non sembra non essere mai in grado di impressionare. Soprattutto, è vittima della cultura maschilista. E questo si manifesta attraverso le sue parole al figlio:

È soltanto un uomo Peter, solo un altro uomo.

Rose Gordon (Kirsten Dunst)

Kirsten Dunst riesce a trasmettere l’inquietudine interiore di Rose senza vocalizzarla. Le sue espressioni facciali sono disarmanti e rompono la quarta parete. Inoltre, la trasformazione di Rose avviene anche attraverso i suoi abiti. Infatti, la costumista Kirsty Cameron ha lavorato duramente per esprimere la transizione di Rose da donna lavoratrice a signora di casa. In più, i suoi abiti assumono un significato ancora più profondo, in quanto fungono da una sorta di seconda pelle difensiva, proprio come il fango per Phil.

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Kirsten Dunst nel ruolo di Rose Gordon (Kirsty Griffin/Netflix)

Corde pizzicate, melodie fischiate, corni francesi e pianoforte detonato

Quando il pubblico incontra per la prima volta Phil, questi viene introdotto da una musica tesa, cupa, a tratti inquietante. Quel suono complesso e pensoso proviene dalle corde pizzicate di un violoncello suonato come se fosse un banjo. Ed è proprio il suo amato banjo che Phil prende e pizzica nella prima scena di dialogo. Così, quelle corde pizzicate in modo così sinistro diventano un’estensione della sua oscurità, complessità e repressione. Un altro mezzo per far parlare la sua voce. Così come il fischiettio insistente della stessa melodia. Tutto questo alimenta in qualche modo il senso di mistero che ruota attorno a Phil. Soprattutto, contribuisce a trasmettere la sua personalità sfaccettata.

Al contrario, suo fratello George è spesso abbinato a toni musicali più semplici, leggeri e talvolta più dolci. Questo quando non viene messo in ombra dal tema musicale del fratello o della moglie. E anche questa particolarità contribuisce a comunicare in particolare il suo essere un uomo molto più semplice del fratello.

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Jesse Plemons nel ruolo di George Burbank (Kirsty Griffin/Netflix)

Invece, la prima volta che il pubblico incontra Peter, questi viene introdotto da un leggero sottofondo di pianoforte. Come a sottolineare immediatamente la sua apparente innocenza giovanile e il suo netto contrasto con la ferocia del selvaggio West. Mentre Rose canticchia una melodia a bocca chiusa, quasi vergognandosi, nella sua prima scena. E poi è sempre abbinata alla musica di un pianoforte atonale, simile a quello stonato che lei suona insistentemente sullo schermo più volte. Questo trasmette perfettamente il suo senso di perdita, di struggimento e di auto-repressione.

Infine, mentre ci avviciniamo all’atto finale, i temi musicali dei personaggi sembrano fondersi insieme e culminare in una musica estremamente inquietante. Spicca la scena della sfida/duetto della Marcia di Radetzky tra Rose al pianoforte e Phil al banjo (e al fischio). Senza dubbio, tutto questo aiuta a capire come la musica sia uno degli elementi chiave che giocano un ruolo fondamentale ne Il potere del cane. Il merito va al compositore nominato all’Oscar e chitarrista/tastierista dei Radiohead Jonny Greenwood che ha composto una colonna sonora intricata, riuscendo a dare un suono alla mascolinità, alla sessualità e al senso di repressione che pervade la narrazione.

Ne Il potere del cane, lo spettatore è attivo

«Bronco Henry mi diceva che un uomo è fatto di pazienza e circostanze avverse.»
«Mio padre diceva ostacoli… e devi provare a rimuoverli.»

Phil Burbank (Benedict Cumberbatch) e Peter Gordon (Kodi Smit-McPhee)

In conclusione, Il potere del cane è una lenta discesa noir in una spirale interiore tossica. I personaggi si immergono, sporcandosi, nelle profondità oscure e selvagge del loro inconscio e del loro io inespresso. La regia di Jane Campion crea un vero e proprio esercizio dialettico con lo spettatore e gli chiede di lavorare con i personaggi. Con la precisione di un bisturi, tagliamo il guscio dei personaggi. Ci addentriamo nella loro moralità complessa e ricca di sfumature. Alla fine, come mani che annodano pazientemente una corda, afferriamo alcune risposte mentre altre rimangono nascoste sotto il letto. O coperte dalle ombre che si allungano lungo una collina dalla forma singolare.

Con questo film, Campion si unisce alla crescente lista di registe donne che si cimentano con il genere western, come Lina Wertmüller con Il mio corpo per un poker (1968), Kelly Reichardt con Meek’s Cutoff (2010) e Chloé Zhao con Nomadland (2020).

Il potere del cane è stato presentato in anteprima alla 78ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, dove la Campion ha vinto il Leone d’argento per la migliore regia. L’American Film Institute lo ha inserito nella lista dei dieci migliori film del 2021. Inoltre, alla 79ª edizione dei Golden Globe, il film ha vinto come miglior film drammatico, miglior regia e miglior attore non protagonista per Kodi Smit-McPhee. Infine, alla 94ª edizione degli Academy Awards, Il potere del cane è stato il film più nominato con dodici nomination. Jane Campion vince come miglior regista.

The Power of the Dog | Human Depths Barking
La regista Jane Campion con l’attore Benedict Cumberbatch (Kirsty Griffin/Netflix)

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